Il Programma nazionale per la ricerca presentato al ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca ha molte caratteristiche di una buona notizia. È un documento ampio, che nella parte introduttiva offre dati sintetici ma utili, che propone una cornice all’interno della quale inquadrare meglio le scelte governative. Vuoi per comprenderle, vuoi - eventualmente - per muovere delle critiche. Un primo aspetto importante è che quello della Ricerca è presentato come un “sistema”, nel quale dovrebbero agire in maniera coordinata figure diverse, ciascuna con proprie capacità e competenze: tra gli altri, ricercatori stricto sensu, metodologi, operatori della comunicazione, rappresentanti della Politica e dei cittadini.

Una delle buone notizie è l’attenzione a ricondurre il programma italiano a una prospettiva internazionale. È evidente il desiderio di rendere coerenti le linee di sviluppo della ricerca italiana con le politiche europee. «Il primo obiettivo - si legge già nell’introduzione - è l’Internazionalizzazione, il coordinamento e l’integrazione delle iniziative nazionali con quelle europee e globali. Il peso crescente delle risorse europee rispetto a quelle nazionali ed in ultima analisi di quelle ad accesso competitivo rispetto a quelle ordinarie, impongono un ribaltamento di paradigma nelle attività di programmazione nazionale. Per questo il Pnr integra organicamente la programmazione e le risorse dello Stato con le risorse europee, in particolare le Politiche di Coesione e quelle del Programma Quadro per la Ricerca e l’Innovazione 2014-2020 denominato Horizon 2020, e allinea ciascuno dei Programmi del Pnr a criteri e strumenti concordati a livello europeo, contribuendo inoltre a preparare attori e risultati della ricerca italiani al confronto internazionale».

Un punto sul quale è utile una riflessione: l’investimento sulle risorse umane. Ancora dalla introduzione: «Dare centralità all’investimento nel capitale umano: il Pnr mette al centro della strategia le persone della ricerca pubblica e privata, con l’obiettivo di formare, potenziare, incrementare il numero di ricercatori, creando un contesto e delle opportunità in grado di stimolare i migliori talenti e renderli protagonisti della produzione e del trasferimento di conoscenza alla società nel suo complesso». Il desiderio di incentivare l’occupazione non può non essere condivisibile, ma perché sia davvero un investimento il sostegno a un asset prezioso - così sono definite le «risorse umane presenti nella rete nazionale di ricerca» - è necessario superare la precarietà dei contratti a tempo determinato e poco retribuiti.

Nel Pnr si dice di voler inquadrare i nuovi contratti dei ricercatori in «un sistema di regole più snello e più appropriato a gestirne i tempi e le esigenze particolari»: ma si tratterà di un reale “investimento” solo se si assicurerà l’indispensabile continuità di rapporto con i giovani ricercatori, dando loro quella stabilità che è una condizione della ricerca di medio o lungo periodo. Inoltre, l’investimento sulle risorse umane non può prescindere da un parallelo, adeguato supporto finanziario dei progetti stessi di ricerca. Altrimenti, si corre il rischio di rendere il Sistema vulnerabile agli obiettivi dell’industria: in altre parole, ad essa potrebbe essere offerta - a condizioni particolarmente convenienti - proprio quella popolazione di ricercatori di eccellente produttività su cui l’industria stessa ha dimostrato di essere poco disponibile a investire.

Questo punto porta a un’altra considerazione. Il Programma ha individuato dodici aree di particolare interesse: Aerospazio; Agrifood, Cultural heritage; Blue growth; Chimica verde; Design, creatività e Made in Italy; Energia; Fabbrica intelligente; Mobilità sostenibile; Salute; Smart, Secure and inclusive communities; Tecnologie per gli ambienti di vita. Difficile trovare qualcosa che non possa essere oggetto di finanziamento: sembra esserci di tutto, insomma. Possono apparire un po’ sbrigative le righe di spiegazione dei criteri di selezione di questi ambiti di “prioritario” interesse: da una parte, la produttività italiana misurata in termini di pubblicazioni scientifiche e, dall’altra, la capacità innovativa desunta dalla capacità brevettuale. Che la performance della ricerca sia misurata in termini di “pubblicazioni” o di tecnologie trasferite sul mercato è certamente l’impostazione prevalente, ma da un programma governativo sarebbe lecito attendersi di più.

Il documento merita probabilmente un’apertura di credito, anche perché sarà comunque possibile una sua valutazione più ponderata e approfondita. Fare ricerca, però, non può significare solo essere nel mainstream delle politiche europee orientate dalla collaborazione tra Pubblico e privato. D’accordo: c’è una parte importante della ricerca finalizzata allo sviluppo economico e commerciale del Paese ed è fondamentale che un Pnr le dia la massima attenzione.

Ma c’è anche una ricerca finalizzata allo sviluppo umano delle persone che abitano il Paese, soffrendo disuguaglianze nella qualità e nelle aspettative di vita: anche questa è una ricerca necessaria, perché ancorata ai bisogni di una popolazione a cui sarebbe imperdonabile non dare voce. Esiste un “Sud” del Paese che non è solo geografico ma diffusamente presente nel tessuto sociale: non chiede maggiore “competitività” ma semplice diritto di cittadinanza e anche una buona ricerca utile può contribuire a garantirlo.

Il documento rappresenta una sfida da raccogliere da parte dei ricercatori stessi e, in campo sanitario, di tutto il personale che dovrebbe quotidianamente orientare il proprio lavoro al cambiamento attraverso una sperimentazione condivisa e consapevole. Il Programma promette trasparenza, soprattutto dal punto di vista amministrativo. Servirebbe da subito, anche per chiarire quanti degli investimenti annunciati non riguardino fondi già stanziati e non ancora impiegati. Ancora, monitoraggio e accountability, assicurano gli estensori del documento: però, se pensiamo alla necessità di un coinvolgimento dei cittadini, servirebbe partecipazione e non (solo) informazione. Ma questo è terreno della Politica, mai come di questi tempi necessaria.

Antonio Addis (dipartimento di epidemiologia del Ssr del Lazio), Luca De Fiore (Associazione A. Liberati - network italiano Cochrane e Il Pensiero scientifico editore), Giuseppe Traversa (Centro nazionale di epidemiologia, Istituto superiore di Sanità).

L’articolo presenta il punto di vista degli autori e non necessariamente quello delle istituzioni di appartenenza.

(da Il Sole 24 ore sanità, 16 maggio 2016)