Claudio Jommi
Università Bocconi di Milano e Università del Piemonte Orientale

Claudio Jommi ha evidenziato come il quadro che emerge sull'entità degli investimenti nella ricerca biomedica, sia nel settore pubblico sia in quello privato, offra alcuni spunti di massima ma non consenta una mappatura esatta delle risorse impiegate, poiché i dati disponibili sono incompleti e disomogenei. Quando si citano questi dati, l'uso del condizionale è quindi d'obbligo.

Per avere un'idea orientativa, la stima degli investimenti lordi a livello globale è di circa 270 miliardi di dollari, di cui circa i due terzi sarebbero investiti da aziende private. Gli Stati Uniti sono al primo posto con una stima del 45% degli investimenti totali (e del 45% di investimenti pubblici), seguiti dall'Europa con il 31% (28% degli investimenti pubblici) e dal Giappone con il 14% (10% degli investimenti pubblici). Il Paese che investe di più rispetto al proprio PIL sarebbe la Svizzera (con circa l'1,2% del PIL), mentre per l'Italia gli investimenti sarebbero molto inferiori (poco più dello 0,2% del PIL).

Con riferimento nello specifico al comparto farmaceutico ed all’investimento in R&S delle imprese, i dati mostrano come l’Italia raccoglierebbe il 4,6% rispetto al totale degli investimenti in Europa, contro valori compresi tra il 15 ed il 20% di Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Il ruolo dell’Italia negli studi sperimentali è leggermente calato nel tempo: l’incidenza degli studi rilevati dall’Osservatorio sulle sperimentazioni cliniche di Aifa sul totale a livello europeo è passata infatti dal 18,5% nel 2008 al 17,2% nel 2015. Le analisi percettive condotte a livello internazionale evidenziano come l’Italia, a fronte di un riconosciuto vantaggio competitivo sui clinici sperimentatori, mostra maggiori problemi negli aspetti regolatori e organizzativi, con tempi di autorizzazione mediamente lunghi e carenza di informazioni sulle competenze dei centri sperimentali. La presenza di studi sperimentali in Italia andrebbe invece fortemente valorizzata, considerando l’impatto su competenze e risorse che possono essere in parte reinvestite, nonché i risparmi legati alla fornitura dei farmaci sperimentali (ed eventuali comparatori attivi).

Ma gli investimenti in Ricerca & sviluppo giustificano i prezzi che i farmaci hanno sul mercato? Anche in questo caso è necessario usare con molta cautela i dati disponibili. Le stime più aggiornate fornite dal Tufts Center for the Study of Drug Development e riferite ai costi sostenuti prima della commercializzazione del farmaco evidenziano un costo per molecola lanciata sul mercato di 2,6 miliardi di dollari (la quota maggiore dei costi è rappresentata dallo sviluppo clinico). Di questi, il 45% non sarebbe rappresentato da risorse effettivamente impiegate ma dal costo opportunità generato dal fatto di non aver impiegato le stesse risorse in investimenti alternativi con rendimenti più immediati. Inoltre di tali studi viene stigmatizzata la focalizzazione sugli investimenti delle Big Pharma, la bassa rappresentatività nel campione di farmaci orfani (approvati con studi di fase II) e il fatto che vengono conteggiate le spese al lordo degli incentivi forniti alle imprese stesse. Il costo effettivo potrebbe essere quindi inferiore, ma non ci sono al momento stime alternative. È quindi molto azzardato dare una risposta alla domanda se i costi di R&S giustifichino in media i “prezzi” dei farmaci, considerando anche che tali investimenti sono costi fissi e sommersi (ovvero già sostenuti quando cominciano i ricavi) e che quindi il recupero di tali costi dipende non solo dai prezzi unitari, ma anche dai volumi di vendita e che i prezzi dipendono anche dai costi di produzione e commercializzazione (nonché dal profitto atteso).