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Interessi commerciali e qualità dell’assistenza in ambito oncologico: nuove evidenze

Il 2023 non si è ancora chiuso ma diversi articoli pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche internazionali hanno evidenziato ancora una volta che le influenze dei soggetti commerciali possono avere un impatto negativo sulla salute.

Si aggiunge a questi un articolo pubblicato qualche giorno fa sul BMJ dal titolo “Pharmaceutical industry payments and delivery of non-recommended and low value cancer drugs: population based cohort study” nel quale si sottolinea come gli oncologi che ricevono pagamenti dall’industria potrebbero essere più propensi a trattare i pazienti con terapie non raccomandate e di scarso valore rispetto quelli che non ricevono sponsorizzazioni (1).

Questo studio solleva preoccupazioni potenziali sulla qualità dell’assistenza, con gli autori che arrivano a suggerire di riesaminare lo stato attuale dei pagamenti dell’industria farmaceutica ai medici.

In particolare, i ricercatori hanno analizzato i dati delle richieste Medicare per i pazienti con una nuova diagnosi di cancro tra il 2014 e il 2019 che erano a rischio di ricevere quattro farmaci non raccomandati (sconsigliati dalle linee guida) o di scarso valore (che non apportano benefici incrementali pur essendo più costosi).

I due farmaci non raccomandati erano il denosumab, un farmaco che modifica le ossa per il cancro alla prostata sensibile alla castrazione, e i fattori stimolanti della crescita dei granulociti (GCSF) per prevenire la febbre neutropenica nei pazienti che ricevono chemioterapia.

Erano invece considerati di scarso valore l’utilizzo di nab-paclitaxel invece del paclitaxel per i pazienti con tumore al seno o ai polmoni e l’uso di farmaci antitumorali di marca quando erano disponibili versioni generiche o simili.

I ricercatori hanno quindi utilizzato Open Payments (un database delle relazioni finanziarie tra aziende e medici) per identificare l’oncologo assegnato a ciascun paziente, prendendo nota dei pagamenti ricevuti dal produttore dei quattro farmaci nell’anno precedente la diagnosi del paziente.

I risultati hanno mostrato che la percentuale di pazienti che aveva ricevuto il denosumab non raccomandato entro sei mesi dalla diagnosi era del 31,4% per coloro il cui oncologo non aveva ricevuto pagamenti e del 49,5% per coloro il cui oncologo li aveva ricevuti.

I valori corrispondenti erano del 26,6% vs 32,1% per il GCSF, del 7,3% vs 15,1% per il nab-paclitaxel e dell’88,3% vs 83,5% per i farmaci di marca.

Dopo aver tenuto conto delle caratteristiche dei pazienti – tra cui età, condizioni pre-esistenti e reddito – i pagamenti dall’industria sono risultati associati a una maggiore percentuale d’uso del denosumab del 17,5%, del GCSF del 5,8% e del nab-paclitaxel del 7,6% e a una minore percentuale dell’uso di farmaci di marca (-4,6%).

Effetti minori sono stati osservati dopo ulteriori aggiustamenti per le caratteristiche dei clinici, tra cui l’area di specializzazione e l’ambiente di pratica. Ad esempio, i pagamenti dall’industria sono risultati associati a una maggiore percentuale dell’uso del denosumab del 7,4% e del nab-paclitaxel del 1,7%, ma non del GCSF o dei farmaci di marca.

C’è da dire che si tratta di uno studio osservazionale, il quale permette quindi solo di fare una fotografia della correlazione tra i pagamenti dell’industria e le prescrizioni e non di inferire causalità. Inoltre è probabile che la classificazione errata nei dati delle richieste e la loro concentrazione su un gruppo ristretto di pazienti e interventi possano avere influenzato i risultati.

Tuttavia, ciò che deve allarmare è che l’influenza delle aziende farmaceutiche può determinare un impatto negativo sull’assistenza ai singoli pazienti.

Il problema (forse aggiuntivo) dell’ambito oncologico è l’ulteriore fragilità della persona trattata che potrebbe favorire le scelte più azzardate. Soprattutto in condizioni di restrizioni economiche (per cui in finanziamento esterno per il centro oncologico è utile, specie per Paesi economicamente più svantaggiati) o, peggio, se non si ha consapevolezza del welfare, si può prescrive il farmaco “branded” piuttosto del generico solo per strizzare l’occhio al finanziatore. 

Il problema è cruciale ai fini di un riallineamento delle esigenze di ricercatori, finanziatori, clinici e pazienti. Questo articolo apre persino alla possibilità di un allontanamento dall’obiettivo principale dell’assistenza: il successo della cura. Alessandro Liberati scrisse una lettera sul tema, pubblicata da Lancet, un mese prima di lasciarci nel 2012, ma a oggi c’è ancora molto lavoro da fare su questi aspetti, nonostante la ricerca sul mieloma sia progredita (2).

Il percorso è ancora lungo. Sono necessari interventi per la formazione etica e professionale di medici e finanziatori pubblici e il contenimento dell’influenza dell’industria. Inoltre, sarà importante considerare il punto di vista dei pazienti, che spesso non hanno la possibilità di esprimersi su questi temi, magari attraverso il contributo di chi li rappresenta.

Articolo a cura di
Silvana Urru e Maria Grazia Celani

Bibliografia:

1. Mitchell A P, Dusetzina S B, Mishra Meza A, Trivedi N U, Bach P B, Winn A N et al. Pharmaceutical industry payments and delivery of non-recommended and low value cancer drugs: population based cohort study. BMJ 2023; 383:e075512 doi:10.1136/bmj-2023-075512.
2. Liberati A. Need to realign patient-oriented and commercial and academic research. Lancet 2012; 378: P1777-1778.

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