Un’armata di gruppi di pazienti, mobilitati dalle aziende farmaceutiche, sembra essersi attivata per fermare o frenare i piani per pubblicare i documenti non pubblici sugli studi clinici con farmaci. La strategia di mobilitazione è disegnata in una nota inviata ai direttori di molte aziende farmaceutiche e trafugata per essere resa pubblica. Due importanti gruppi - l’americano Pharma (Pharmaceutical Reserach and Manufactures of America) e l’europeo EFPIA (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations) - sono al centro di questa notizia pubblicata in un articolo del Guardian. Alle domande del Guardian GlaxoSmithKline nega ogni legame con iniziative di mobilitazione di pazienti, Roche e Lilly anche. AstraZeneca e Novartis non hanno risposto.

Possibile? Possibile che associazioni di pazienti abbiano timore che la trasparenza dei dati e la disponibilità di tutti i dati – così come richiesto dalla agenzie regolatorie - possa portare a più danni che benefici? Possibile che i legami tra industria e rappresentanze di cittadini siano così consolidati e forti da permettere influenze così significative e pericolose?<

Possibile: già nel 1996 l’Abpi, associazione che raggruppa la maggior parte delle aziende farmaceutiche inglesi, aveva pubblicato un interessante opuscolo dall’accattivante titolo “Putting patients first” dove venivano presentate e discusse modalità di coinvolgimento di cittadini e loro rappresentanze. Da lì a qualche anno la maggior parte delle aziende farmaceutiche si dotavano di uffici dedicati ai rapporti con le associazioni organizzando raccolte dati, corsi di formazione o partecipazione a convegni di settore. Le aziende farmaceutiche hanno da subito capito che questo gruppo di stakeholders avrebbe potuto essere un importante alleato e si sono anche mobilitate con corsi di formazione e progetti.

In Italia nel 2012 il 76% delle aziende farmaceutiche dichiarava di sostenere una o più associazioni di pazienti, per un totale di 341 gruppi; la maggior parte delle quali non menzionava questo sostegno nel propri siti internet.

Nei paesi anglosassoni anche le istituzioni hanno però compreso la forza e l’importanza della collaborazione con le associazioni e con loro hanno iniziato un forte rapporto collaborativo ma anche di cambiamento. Dalle nostre parti il processo è molto più lento, meno incisivo e meno attento, a volte scarsamente trasparente nella scelta delle associazioni da inserire nei gruppi di lavoro.

E’ noto l’interesse della comunità scientifica, di molti cittadini e pazienti e, non ultimo, dell’associazione AL-NIC, al dibattito da qualche tempo in corso sulla trasparenza e la pubblicazione di tutti i risultati prodotti negli studi clinici. E’ noto infatti che:

  • Molti dati non vengono pubblicati, se lo fossero si potrebbero ri-analizzare i dati e verificare i dati su efficacia e sicurezza.
  • Solo la metà degli studi clinici viene completamente pubblicata e che i risultati positivi hanno il doppio di probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli negativi.

La comunità scientifica si sta muovendo per allearsi a quel movimento che in questi anni ha portato cittadini, pazienti e loro rappresentanze ad essere – apparentemente – al centro del dibattito e che in un recente articolo è stata chiamata a fare la rivoluzione. Bisogna però sottolineare che quello dei cittadini/pazienti/loro rappresentanze è un alleato ancora vergine rispetto ai temi: in generale poco a conoscenza di metodi e principi della ricerca, con scarsi strumenti critici per valutare informazioni e conflitti di interesse, ma con l’entusiasmo e la necessità di chi si mette dalla parte di chi ha bisogno. E’ facile che qualcuno caschi in trappole come quelle descritte dal Guardian.

Paola Mosconi
Laboratorio per il coinvolgimento dei cittadini in sanità

IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri