Al cuore della medicina Pubblicato alle 23:59 della notte del 1 gennaio 2022, l’articolo di Andrea Capocci su il manifesto non poteva essere un regalo più grande per chi – a distanza di dieci anni dalla sua morte – sente ancora con intensità la mancanza di Alessandro Liberati.

La pagina dedicata ad Alessandro dal quotidiano descrive con esattezza l’originalità e l’acutezza dello sguardo di un ricercatore “entusiasta e generoso” (sono parole di Nicola Magrini, riportate nell’articolo), impegnato costantemente per far sì che la sanità e la ricerca medica svolgano “il loro ruolo con indipendenza e attenzione alla salute dei cittadini, più che alle esigenze del mercato e della politica.” Non mancano i riferimenti alla pandemia in corso e al contributo che una persona come Liberati avrebbe potuto dare, per esempio per cercare di correggere un approccio alla ricerca condizionato dalla prevalenza dell’interesse industriale: come ha detto Luca De Fiore ad Andrea Capocci, «è del tutto assente la ricerca sulle misure organizzative o sull’efficacia di lockdown, mascherine e distanziamento: un problema che riguarda tutto il mondo, ma anche in Italia stiamo perdendo un’occasione».

Un altro chiodo fisso di Liberati era il coinvolgimento dei cittadini nella sanità, ricorda Capocci. «Alessandro ebbe l’intuizione di far valutare direttamente ai pazienti, e non ai medici, la qualità della vita», spiega nell’articolo Paola Mosconi, ricercatrice del Mario Negri che con Liberati diede vita al progetto “PartecipaSalute”. «Quell’intuizione si allargò fino a coinvolgere le associazioni di pazienti e poi i cittadini stessi.»

Coinvolgimento dei cittadini, dunque, ma non solo: ripensamento di un servizio sanitario nazionale capace non solo di usare le prove, ma anche di produrle con un’attività di ricerca clinica ed epidemiologica disegnata insieme a cittadini e pazienti. «Era un’idea visionaria – osserva Antonio Addis, del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario del Lazio ASL Roma 1 e compagno di lavoro di Liberati al CEVEAS di Modena – di solito si ritiene che la ricerca debba farla l’accademia e che il servizio sanitario debba limitarsi a “comprarne” i prodotti. Invece molte ricerche possono essere svolte solo dal settore pubblico. È l’unico modo per governare l’incertezza e l’innovazione in ambito sanitario».